La scorsa settimana la Commissione Cultura del Senato ha dato il via libera alla riforma sulle modalità di accesso all’università di medicina. La novità è l’abolizione del test di ingresso: gli aspiranti dottori potranno iscriversi al primo anno senza affrontare un esame di ammissione. Molti politici, fra cui il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, si sono dichiarati soddisfatti per il risultato. Motivo della soddisfazione: la rimozione del numero chiuso in un momento di urgente bisogno di medici. Ma è così? La riforma elimina il numero chiuso a medicina? Ed è utile per affrontare l’attuale carenza di personale? No, e vi spiego perché. Intanto, addio al test di ingresso non significa addio al numero chiuso. La riforma, infatti, prevede un semestre filtro: invece di stilare una graduatoria al momento dell’ammissione, questa viene formulata dopo i primi sei mesi in base al numero di crediti formativi e ai voti ottenuti. In altre parole, cambiano le modalità ma la selezione resta: ci sarà un numero massimo – un numero chiuso – di studenti che accederanno al semestre successivo. Veniamo, ora, al secondo punto: la riforma è utile per superare la carenza di medici? Per rispondere vi faccio un’altra domanda: che differenza c’è fra un dermatologo e un medico di pronto soccorso? A guardare i numeri, una differenza enorme: per dermatologia è stato assegnato il 100% delle borse di specializzazione. Per medicina d’urgenza su oltre 1.000 posti ne sono stati assegnati poco più di 300. Fra pochi anni, insomma, nei pronto soccorso non ci saranno più abbastanza professionisti preparati. E no, non è un problema di carenza di medici. Il numero di medici in Italia, infatti, è simile o superiore a quello di altri paesi come Francia, Germania o Regno Unito. Ciò che sta succedendo, però, è che i medici non vogliono più fare certi lavori. Perché? Semplice: il lavoro del dermatologo non è usurante e ci sono ampie possibilità di attività privata. In pronto soccorso, invece, il lavoro è usurante e non c’è alcuna possibilità di incrementare lo stipendio con la libera professione. È chiaro, insomma, che il test di ingresso non c’entra nulla. Soprattutto considerando che uno studente che inizia oggi l’università sarà pronto per lavorare in ospedale fra almeno dieci anni. Non mancano medici: bisogna fare in modo che quelli che ci sono tornino a frequentare le specializzazioni che più nessuno vuole scegliere. Cosa si sta facendo?
[Articolo pubblicato sulle pagine di Repubblica Torino martedì 22 ottobre 2024]
Fonti
https://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=124617