Renata Gili

Il falso problema del test a medicina

Addio al test di ingresso a medicina. Il provvedimento, di cui si era già molto discusso alla fine dello scorso anno, ora è legge e il Presidente della nostra regione, Alberto Cirio, ha dichiarato che così si abolisce il numero chiuso e potremo finalmente investire su nuovi medici. Ma è vero? No, vediamo perché. Intanto, non è vero che la nuova legge supera il numero chiuso a medicina. La riforma prevede il cosiddetto semestre filtro: invece di stilare una graduatoria attraverso un test di ammissione, tutti gli aspiranti medici potranno accedere ai primi sei mesi di università ma solo alcuni (in base ai crediti formativi e ai voti ottenuti) potranno andare avanti. Cambiano le modalità di accesso ma la selezione resta. Selezione che dovrebbe essere coerente con il fabbisogno di professionisti del nostro Servizio Sanitario Nazionale. Preoccupano, a tal proposito, le dichiarazioni della ministra dell’Università Anna Maria Bernini, che a oggi parla di 30.000 medici in più formati nel giro di pochi anni, con una progressiva apertura. Bisogna, infatti, considerare due fattori. Da un lato, il percorso formativo dei medici è legato al numero di posti nelle scuole di specializzazione: senza specialità non si può lavorare nel servizio sanitario e a oggi i posti disponibili sono solo circa 14.000. In secondo luogo, senza una adeguata programmazione si rischia che il numero di nuovi medici superi, nei prossimi anni, il numero di professionisti che andranno in pensione. Il rischio, in entrambi i casi, è di formare (a nostre spese) più medici del necessario che saranno poi costretti ad andarsene dall’Italia in cerca di lavoro. Il Presidente Cirio, inoltre, ha detto che questo provvedimento ci permetterà di investire su nuovi medici. È bene sottolineare, però, che le nuove modalità di ammissione a medicina non risolvono la attuale carenza di personale: gli studenti che entreranno all’università nel 2025 saranno “pronti” solo nel 2035, dopo dieci lunghi anni di studio. Molti colleghi oggi scappano dal servizio sanitario nazionale verso il privato per mancanza di uno stipendio adeguato e di una buona qualità della vita lavorativa. Se c’è davvero la volontà di investire su nuovi medici bisogna migliorare le condizioni di lavoro e rendere più efficiente il sistema. La riforma delle modalità di ammissione, per quanto sotto certi punti di vista magari anche vantaggiosa (lo vedremo nei prossimi anni), non è la risposta ai problemi attuali della nostra sanità.

[Articolo pubblicato sulle pagine di Repubblica Torino martedì 18 marzo 2025]

Fonti

https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=128296

https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?approfondimento_id=20092

https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=128318